Sig. Presidente, non a mio nome.

Leggo un post su Facebook relativo a questa notizia riportata dall’Agenzia Parlamentare.

Poche parole per me:

Sig. Presidente, non a mio nome.

 

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Buona giornata a tutti.

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Ricorrenze.

Ieri mi son trattenuto (a stento) dal postare qualcosa a riguardo. L’ho fatto perchè sapevo e so che comunque qualunque cosa io scriva si tratterà in ultima analisi di cazzate.

In fondo rimango convinto che ieri, secondo anniversario dalla tua morte, possa e debba essere in qualche modo vissuto come una sorta di compleanno (lo scrivevo qui).

Allora auguri Vik. A te che rimani con noi in modo così speciale. Agli ultimi che hai accompagnato, che celebrano il tuo ricordo. E anche a me, che faccio parte dell’esercito di tiepidi che del tuo ricordo si alimenta.

(come si fa a dire a una persona che non hai conosciuto: “mi manchi”?)

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Thomas Isidore Noël Sankara

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“Obbligo morale di pagare i nostri debiti? Ma non è mica un problema morale! Che c’entra l’onore nel fatto che si paghi o non si paghi. I debiti non possono essere pagati perchè innanzitutto se noi non li rimborsiamo – se non paghiamo – i nostri finanziatori non moriranno, questo è poco ma sicuro. Al contrario, se pagassimo, i nostri paesi morirebbero e questo è ancora più certo. Quelli che ci hanno portato all’indebitamento hanno giocato con noi come in un casinò: finchè hanno vinto e guadagnato non c’era nessun problema; ora che rischiano di perdere vogliono indietro tutti i soldi giocati. Ci dicono che altrimenti ci sarebbe la crisi… e invece no signor presidente: hanno giocato, ora possono anche perdere. Sono le regole del loro gioco, e la vita continuerà”

Un lavoraccio.

Da qualche mese a casa disoccupato, provo ora l’ebrezza di un posto di lavoro a tempo determinato. Determinatissimo direi, ho cominciato un mese fa e a metà novembre è già finita.

Sto lavorando grazie al fidanzato di un’amica di Marina che ha messo una buona parola con il direttore. Faccio l’operaio. Il caporeparto è gentile, fino a marzo ho fatto il suo lavoro e forse per questo ha un’occhio di riguardo. Quando mi spiega le lavorazioni che devo fare si schermisce: sono tutti “lavoretti” abbastanza semplici e ripetitivi. Lavori “un pò di merda” dice a volte lui.

Dopo 12 anni a fare l’impiegato e il responsabile ad essere sincero tornare operaio non mi dispiace: è fisicamente stancante, ma una stanchezza piacevole. Dignitosa.

Insomma non lo definirei un lavoro di merda…

Per me un lavoro di merda sarebbe svegliarsi, vestirsi ed uscire sapendo o temendo di dover smanganellare un ragazzino che potrebbe essere tuo figlio e che sta solo cercando di gridare il suo sdegno e la sua frustrazione in faccia a delle istituzioni mummificate, o solo al cielo.

Io non so se ce la farei. E non lo dico col disprezzo imbecille di chi pittura la vita di bianco o nero, per poter scegliere dei bersagli. Lo dico con l’amarezza nel cuore di chi sa che spesso nella vita ci si trova ad essere pedine di un gioco più grande di noi. Accade a chi indossa una divisa, accade a chi gli si trova di fronte in una piazza. Accade ad ognuno di noi.

Anche se ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti.

La storia delle cose

A scuola abbiamo imparato il ciclo dell’acqua sul nostro pianeta, ora è necessario capire il ciclo dei prodotti che consumiamo. Capire da dove arrivano, di quali risorse necessitiamo per la produzione ed il trasporto, quali costi dobbiamo affrontare per crearne la “storia”, dall’acquisto, al consumo fino alla loro obsolescenza e smaltimento.

Abbiamo troppo e lo sappiamo, ma raramente pensiamo a cosa significhi tutto questo avere: questo video analizza in modo semplice i meccanismi distruttivi di un modo di vivere ormai non più sostenibile a nessun livello. Guardatelo voi ma soprattutto fatelo vedere ai vostri figli… 🙂

LA QUESTIONE ISRAELOPALESTINESE

 

“In guerra la prima a morire è la verità.”

LA QUESTIONE ISRAELOPALESTINESE
dalle origini ai nostri giorni

progressiva espansione dei territori occupati da Israele dal
1948 ad oggi
dossier storico-informativo

Promuovono: Un Ponte Per – Laboratorio delle disobbedienze Rebeldìa – Rete Radié Resch – Gruppo Jagerstatter – PRC Pisa –
Confederazione Cobas Pisa – Centro Ghandi Edizioni – Mostupa (Studenti Scienze per la pace)- Coordinamento provinciale di solidarietà con il popolo palestinese (Pisa) – PDCI Pisa – Associazione “A SUD” –

“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti…”

IN CHE CONSISTE LA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE?

La questione israelo-palestinese nasce dal fatto che due popoli, quello Arabo-Palestinese e quello Ebraico-Israeliano, rivendicano entrambi dei diritti nazionali sullo stesso territorio. Affrontando l’argomento dal punto di vista storico, è necessaria una breve premessa. La Palestina, come l’Italia e qualsiasi altro stato moderno, ha avuto confini diversi a seconda del tempo; le popolazioni che vi hanno abitato, le lingue che si sono parlate e le religioni che si sono professate, sono il risultato di numerosi avvenimenti storici.
Nei secoli passati è stata infatti conquistata, persa e poi riconquistata da molti popoli: Egizi, Filistei, Ebrei, Romani, Bizantini…
In epoca più recente, nei quattro secoli che vanno dal 1500 alla prima guerra mondiale, questa regione faceva parte dell’ IMPERO OTTOMANO: era quindi governata dai turchi e abitata in maggioranza da popolazioni arabe, che parlavano lingua araba e professavano religione islamica. Per il resto, il 20-25% erano arabi cristiani e l’8% ebrei. Con la prima guerra mondiale l’Impero Ottomano è sconfitto e smantellato per cui le due grandi potenze europee, Francia e Inghilterra, si spartiscono il Medio Oriente: la Palestina e la Giordania vanno sotto il controllo (il mandato) britannico, la Siria e il Libano sotto quello francese. È in questa fase che la Palestina assume gli odierni confini: a nord il Libano e la Siria, a est la Giordania, a sud l’Egitto.

QUANDO NASCE IL PROBLEMA CON GLI EBREI IN PALESTINA?

Il problema nasce alla fine dell’800, quando un giornalista ebreo austriaco, Teodor Herzl, afferma la necessità di costruire uno Stato per gli Ebrei in Palestina, perché “solo nella terra degli avi promessa da Dio, gli Ebrei potranno sentirsi uguali a tutti gli altri popoli e non essere discriminati”, come era avvenuto in Europa per secoli da parte delle popolazioni europee. Da queste idee nasce il SIONISMO, che si prefigge di creare uno stato fondato sulla religione e sulla razza, in una terra già abitata da altre 2 popolazioni, in larga maggioranza non ebree. In Palestina, nel 1895, c’erano infatti 644.000 Arabi (92%) e 56.000 Ebrei (8%). Nonostante ciò uno degli slogan più noti del movimento sionista è stato “una terra senza popolo per un popolo senza terra”.
Con il Sionismo comincia una lenta immigrazione di ebrei in Palestina, inizialmente molto lenta poiché solo una minima parte degli ebrei europei era disposta a lasciare gli stati in cui abitavano da secoli e di cui si sentivano cittadini. Per la costruzione di un nuovo Stato, erano però indispensabili tre elementi fondamentali: il territorio, la popolazione e l’accordo con una potenza mondiale che permettesse la realizzazione di questo progetto. I fatti storici del ’900 favorirono tutte queste condizioni.

LE RADICI DELLO STATO DI ISRAELE (1917-1948)

La grande occasione si presenta con il MANDATO BRITANNICO: la Gran Bretagna, grande potenza mondiale di allora, passa a controllare la Palestina dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano e nel 1917 con la “Dichiarazione Balfour” approva e aiuta il progetto sionista. L’Inghilterra era infatti interessata a creare, in quelle terre abitate in maggioranza da arabi, una colonia di coloni europei filo-britannici, che le agevolasse il controllo sul Canale di Suez, molto strategico per i suoi traffici. Gli inglesi avevano però già promesso nel 1915 la Palestina agli arabi, per l’aiuto prestato nella lotta contro l’impero Ottomano. La stessa terra veniva dunque promessa a due popoli: quello arabo già presente nell’area e quello ebraico, allora in assoluta minoranza. Per favorire l’immigrazione ebraica in Palestina, gli inglesi promulgano leggi e regolamenti che favoriscono l’acquisizione di terre da parte degli ebrei europei.
Riconoscono inoltre all’Organizzazione Sionista la giurisdizione sulla popolazione ebraica, creando così un embrione del futuro stato ebraico. Le popolazioni arabe vengono invece svantaggiate in ogni modo, anche attraverso la loro suddivisione in piccole comunità e lo strangolamento della loro economia. L’immigrazione, grazie a tali politiche, aumenta e vengono costituite le prime colonie agricole (kibbutz). Nel 1929 gli ebrei sono già saliti a 170.000. Il NAZI-FASCISMO in Europa, con le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei, determina un ulteriore incremento dell’immigrazione e fa sì che migliaia e migliaia di ebrei emigrino in Palestina. Dal 1932 al 1938, in soli 6 anni, emigrano in Palestina il doppio di quelli che erano emigrati nei 130 anni precedenti. Nel 1936 gli ebrei sono già 400.000. Aumenta quindi sempre di più l’acquisizione di terre: delle nuove terre peró solo il 5,6% del territorio sottratto ai palestinesi viene comprato, il resto viene occupato (nel 1925 solo il 7% del territorio era in possesso di ebrei).
A partire dagli anni ’30 il rapporto Palestinesi-Ebrei, sino ad allora pacifico, diventa conflittuale, a causa del massiccio arrivo di ebrei, dell’occupazione di molte terre arabe, della politica inglese di discriminazione delle popolazioni arabe e dell’intenzione dichiarata da parte ebraica di soffocare l’economia palestinese (con discriminazioni dei palestinesi, cui viene impedito di lavorare).
Le tensioni sfociano nell’ INTIFADA (1936-39), la lotta della popolazione araba nel disperato tentativo di arrestare la spoliazione della propria terra, che si realizza in uno sciopero generale di 6 mesi, attentati e scontri armati quotidiani tra palestinesi, immigrati ebrei europei e inglesi. La grande rivolta araba viene repressa nel sangue da parte del governo inglese, che manda in Palestina 20.000 soldati. Nel 1939 l’Inghilterra per ridurre le tensioni nell’area e per assicurarsi le fonti petrolifere è costretta a fare concessioni ai Paesi Arabi, per cui tenta di limitare l’immigrazione degli ebrei nell’area. Entrano allora in azione i gruppi paramilitari ebraici (gruppo Stern, Irgun e altri, con a capo alcuni dei futuri capi di stato israeliani: Begin e Shamir).
Mettono in atto azioni terroristiche dirette contro l’Inghilterra (l’attentato all’Hotel King David fa 91 vittime),contro le Nazione Unite (viene ucciso il suo rappresentante a Gerusalemme) e contro i palestinesi: sono compiuti massacri della popolazione civile per indurla ad abbandonare case e terre, subito occupate da immigrati ebrei.

NASCITA DELLO STATO D’ISRAELE (1947-1949)

Nel 1947 l’Inghilterra rinuncia al mandato sulla Palestina. Le Nazioni Unite, per porre fine alle tensioni nella zona, propongono come soluzione il “Piano di Spartizione della Palestina” (risoluzione 181) secondo cui si sarebbe dovuti formare due stati indipendenti con: – il 56,5% del territorio agli Ebrei (che erano 500.000, il 30% del totale), – il 42,5% ai Palestinesi (che erano più del doppio, 1.150.000, il 70%).

La città di Gerusalemme, dentro il territorio palestinese, sarebbe diventata zona internazionale controllata dalle Nazioni Unite. I due stati sarebbero stati misti, ma mentre in Israele popolazione araba ed ebrea sarebbe stata quasi pari, nello Stato Palestinese gli Ebrei sarebbero stati in netta minoranza. Il piano viene accettato dagli Ebrei, ma non dai Palestinesi e dagli altri Stati Arabi, che non accettano l’evidente squilibrio nella divisione delle terre a vantaggio degli ebrei, né di dover pagare – per conto degli europei – le tremende colpe dello sterminio attuato dal nazi-fascismo contro la popolazione ebraica. All’alba del 9 aprile 1948 le truppe dell’organizzazione paramilitare terroristica Irgun, guidate da Begin (futuro capo di stato in Israele), circondano e distruggono il villaggio arabo di Dheir Yassin (a ovest di Gerusalemme): vengono uccise 250 persone, colte di sorpresa, prevalentemente donne e bambini. Un’azione pianificata per diffondere il terrore tra le popolazioni palestinesi e spingerle alla fuga di massa.

È l’inizio della massiccia diaspora palestinese, che prende il nome di NAKBA (catastrofe). Quelli che seguono saranno mesi di terrore. Quasi 200.000 palestinesi fuggono dai villaggi della Galilea e dalla fascia costiera attorno a Jaffa.

PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA (1948-1949)

Il 15 maggio 1948 gli ebrei proclamano la costituzione dello Stato di Israele. In seguito alla proclamazione unilaterale, da parte ebraica, dello stato di Israele, una coalizione di stati arabi della regione (Egitto, Giordania, Siria, Iraq) muove guerra al nuovo stato. Durante la guerra l’esercito israeliano approfitta per aumentare le azioni militari contro la popolazione civile palestinese, i cui villaggi sono distrutti in modo da provocarne l’esodo di massa. La guerra si conclude con la vittoria di Israele, molto meglio armata degli stati arabi, rifornita com’era dalle potenze occidentali.
La vittoria consente al nuovo stato sionista: 5­ di occupare molto più territorio di quello assegnato dalle Nazioni Unite. Israele si prende il 78%, mentre ai Palestinesi resta il 22% della Palestina: la Striscia di Gaza sotto il controllo dell’Egitto, la Cisgiordania (West Bank) e Gerusalemme Est sotto il controllo della Giordania di espellere gran parte della popolazione araba dal territorio conquistato. Durante la guerra vengono espulsi 750.000 palestinesi da 450 villaggi sparsi nell’attuale Stato di Israele. Oggi questi villaggi non esistono più perché furono completamente rasi al suolo. È allora che nasce il problema dei profughi palestinesi: molti arabi si rifugiano infatti nei campi profughi in Libano e in Giordania, mentre i 200.000 palestinesi rimasti all’interno dello Stato di Israele vengono espropriati e discriminati. L’11 Dicembre 1948 l’ONU adotta la Risoluzione 194 che prevede il diritto al rientro dei profughi palestinesi in Palestina, oltre a un risarcimento per le perdite di terra e casa, prevedendo compensi per quelli che non desiderano esercitare tale diritto. La questione israelo-palestinese, da quell’anno fino ai nostri giorni, riguarderà dunque sempre due aspetti: il territorio e la popolazione. Da una parte gli israeliani che tentano di conquistare sempre più territorio e di riempirlo di popolazione ebraica, creando nuovi insediamenti e favorendo l’immigrazione ebraica da tutto il mondo. Dall’altra parte i palestinesi che tentano di riconquistare il territorio perduto, di non andare via e di non farsi cacciare.
Una resistenza che porta, nel 1964, alla nascita dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e del movimento di resistenza palestinese AL FATAH, guidato da Arafat.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI (1967)

Con una guerra lampo di soli sei giorni, l’esercito israeliano sconfigge i male armati eserciti di Siria ed Egitto e conquista tutta la Palestina, sottraendo le Alture del Golan alla Siria e il deserto del Sinai all’Egitto; si annette inoltre la parte est di Gerusalemme e sposta la sua capitale da Tel Aviv a Gerusalemme. Durante la guerra Israele provoca pesanti distruzioni nei villaggi arabi (molti  rasi al suolo), ottenendo l’esodo di altri 200.000 palestinesi dai territori occupati.
Rispetto alle cause del conflitto, vi sono versioni discordanti. All’epoca l’esercito israeliano affermò di aver reagito a sospetti movimenti di truppe egiziane. Più tardi vari generali e storici israeliani hanno ammesso che si trattò in realtà di un attacco a sorpresa, preparato da molto tempo allo scopo di espandere ancora una volta il territorio dello stato ebraico.
Con la Risoluzione 242 le Nazioni Unite dichiarano che Israele deve ritirarsi dal territorio sottratto ai palestinesi. Israele però non si ritira e stabilisce un’occupazione militare stabile su tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che da allora prendono nome di “ TERRITORI OCCUPATI”. Si verifica così un nuovo esodo di palestinesi che vanno a ingrossare la massa di profughi del conflitto del 1948. Nasce allora la strategia di occupazione israeliana attraverso gli insediamenti di coloni ebrei nei territori occupati, intorno a Gerusalemme Est e lungo il fiume Giordano. Una strategia attuata da tutti i governi israeliani che si sono succeduti da allora fino a oggi e che viola la risoluzione 242 dell’ONU. Una tattica volta ad appropriarsi di più territorio possibile con all’interno meno palestinesi possibile e che costituisce uno degli ostacoli maggiori alla via del negoziato. L’OLP riunisce tutti i gruppi della resistenza con Arafat presidente.

DOPO IL 1967: RESISTENZA PALESTINESE E ACCORDI DI PACE

Nel 1974 si verifica una svolta diplomatica importante: Arafat è invitato all’ONU come rappresentante del popolo Palestinese; il Consiglio Nazionale Palestinese di fatto considera ormai lo Stato d’Israele un fatto storico e chiede di costruire un proprio Stato indipendente a fianco di quello israeliano, nei Territori Occupati (Gaza e Cisgiordania, ossia il 22% della Palestina storica). Il 6 giugno 1982 Israele invade il Libano per eliminare la resistenza palestinese e i suoi leader rifugiati in quel paese (dove si trovano molti dei campi profughi palestinesi). Ad agosto l’OLP accetta il cessate il fuoco e lascia Beirut in cambio dell’incolumità per la popolazione palestinese. Gli 7israeliani però proseguono i bombardamenti sugli insediamenti palestinesi.
Il 16 settembre, miliziani falangisti libanesi alleati di Israele, penetrano nei campi di Sabra e Shatila e per 40 ore compiono massacri e violenze con 3.000 morti e scomparsi. Tutto avviene sotto la supervisione israeliana (e del futuro capo di stato Sharon): i campi sono illuminati a giorno e vengono bloccate tutte le vie d’accesso, per impedire sia di scappare sia di entrare a vedere che cosa sta avvenendo. In Libano gli israeliani saccheggiano anche il Centro di ricerche palestinesi distruggendo 25.000 volumi e manoscritti, al fine di annientare non solo l’OLP, ma qualsiasi segno dell’identità e della storia del popolo palestinese. I crimini e le responsabilità israeliane in Libano saranno riconosciute da una commissione del parlamento israeliano nel 1983, ma i responsabili manterranno i loro posti di potere.
Tra il 1987 e 1992 si sviluppa la PRIMA INTIFADA nei territori occupati. Scoppia dopo 20 anni di occupazione, che ha prodotto 139 insediamenti abitati da 60.000 coloni. È una rivolta spontanea non armata di massa della popolazione, con manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile, chiusura di negozi, boicottaggio dei prodotti israeliani. Segue una repressione spietata con coprifuoco, migliaia di arresti, uccisioni (2.000 morti, 100.000 feriti), demolizioni, sradicamento di alberi…
Nel 1993 si stabiliscono gli ACCORDI DI PACE DI OSLO tra Arafat, Peres e Rabin. Cosa prevedevano? Il processo di pace, voluto dagli USA per stabilizzare il Medio Oriente (strategico per il petrolio), divideva i territori occupati (Cisgiordania e Gaza), in tre zone. Nei primi mesi tutte le città sarebbero state liberate (zona A), mentre nell’arco di 6 anni quasi tutto il territorio rimanente (zone B e C) sarebbe poi passato gradualmente ai palestinesi. L’accordo si fondava sulla convinzione che il rispetto e l’attuazione del processo di pace, avrebbe creato un clima di fiducia fra i due popoli con la possibilità alla fine di risolvere i problemi più spinosi: territori occupati, insediamenti abusivi dei coloni e status di Gerusalemme.
Che cosa avviene concretamente? Il processo di pace funziona solo i primi mesi: vengono liberate città come Gerico e Gaza, e Arafat può tornare in Palestina dopo 25 anni di esilio. Dopodiché il processo si interrompe, anche per l’assassinio di Rabin, nel 1995, da parte di un estremista ebreo.
Con il tracollo del processo di pace, le zone palestinesi autonome liberate, separate tra loro da strade e insediamenti israeliani, si trovano in una situazione economica disastrosa, con livelli molto alti di disoccupazione, il dilagare della corruzione e la crescita
abnorme dell’apparato burocratico. Intanto gli insediamenti ebraici continuano a crescere: nel 2000 si arriva a 170 colonie con 200.000 coloni.
Nel 2000 si aprono i NEGOZIATI DI CAMP DAVID: voluti dal Presidente degli Stati Uniti Clinton, alla fine del suo mandato; sono un fallimento. I palestinesi non accettano un “piano di pace” che li obbligherebbe ad accettare condizioni inaccettabili, tutte a favore di Israele: divisione della Cisgiordania in tre regioni non collegate fra loro (per far sì che i nuovi insediamenti rientrino in Israele), cioè uno stato senza continuità territoriale; esclusione dalla città vecchia di Gerusalemme, con sovranità palestinese circoscritta alla Spianata delle Moschee, collegata con un tunnel sotterraneo al territorio arabo; rinuncia al ritorno dei profughi.

DOPO IL 2000: L’ATTUALITÀ

Nel settembre 2000, la provocazione di Sharon (capo del Likud, il partito della destra israeliana) che si reca sulla Spianata delle Moschee con centinaia di poliziotti, fa esplodere la SECONDA INTIFADA, che si estende oltre ai territori occupati, anche nelle regioni arabe d’Israele come la Galilea.
Questa seconda rivolta è segnata da un livello di conflitto molto più alto della prima, con scontri molto violenti tra palestinesi malearmati ed esercito israeliano e la rioccupazione militare di tutte le città palestinesi. Atti di brutale repressione colpiscono l’intera popolazione palestinese, ridotta allo stremo e chiusa in campi profughi o in città sovraffollate, devastate dalle incursioni israeliane. In questo contesto sempre più feroce, di frustrazione e disperazione, si afferma sempre più la nuova strategia di Hamas (“Movimento di Resistenza Islamica”, nato a Gaza nel 1988) e di alcuni gruppi armati palestinesi di ricorrere ad attentati suicidi contro i civili israeliani. Sharon vince le elezioni nel 2001 e avvia la costruzione del muro: una barriera di cemento armato alta 8 metri, con filo spinato e torrette di controllo con cecchini e telecamere; più una miriade di check-point che limitano al massimo la mobilità dei palestinesi. Il muro, che alla fine sarà lungo 750 km, viene costruito all’interno dei territori occupati, con ulteriore sottrazione di terre e massicce distruzioni di case e terre coltivate. La sua presenza, giustificata da Israele per “motivi di sicurezza”, frammenta ancor di più le zone abitate dai palestinesi e rende la vita di milioni di persone un inferno, costringendole a vivere in prigioni a cielo aperto e impedendogli di lavorare, di curarsi e di vivere umanamente. L’edificazione del muro è stata condannata dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aia nel 2004 come contraria al diritto internazionale.
Nel 2004 muore Arafat, leader dell’OLP, e viene eletto come suo successore Abu Mazen (del movimento Fatah), mentre in Palestina continuano le azioni della resistenza palestinese e le durissime ritorsioni israeliane contro i civili palestinesi. Nel 2005 Sharon fa sgomberare la Striscia di Gaza, in maniera unilaterale. Nel 2006, durante la pesante guerra di Israele in Libano, che provoca migliaia di vittime civili tra la popolazione libanese e 800.000 profughi (con le infrastrutture del paese in gran parte distrutte), Israele sferra un duro attacco anche nei territori occupati con decine di vittime tra i palestinesi.
Nel 2006 Hamas vince le elezioni legislative con una larga maggioranza. Tale vittoria, pur riconosciuta regolare da organismi internazionali, non viene accettata da Israele, USA ed Europa, in quanto giudicano Hamas un’organizzazione di natura “terroristica”. Israele arresta o uccide molti dei leader di Hamas e imprigiona molti suoi parlamentari, impedendo al Parlamento palestinese di riunirsi. Viene imposto un duro embargo economico internazionale contro i palestinesi, che aggrava ancor di più le loro condizioni di vita e favorisce lo scatenarsi di una guerra civile tra Hamas e Fatah, uscito sconfitto dalle elezioni. Uno scontro che porta Abu Mazen a sciogliere il governo legittimo guidato da Hamas e si conclude nel 2007 con la divisione del territorio palestinese in due parti in mano alle due fazioni, con Hamas che controlla la Striscia di Gaza, mentre Fatah la Cisgiordania.
Da allora la Striscia di Gaza, una minuscola fascia costiera lunga 40 km e larga 10 km dove vivono ammassate un milione e mezzo di persone, è sottoposta a un blocco otale da parte di Israele, con la riduzione in stato di miseria di oltre l’80% della popolazione (la metà disoccupata), che vive di soli aiuti umanitari e ha scarso accesso ad acqua potabile, alimenti, istruzione e cure mediche. Una popolazione costituita per metà da giovani sotto i 14 anni.
A metà del 2008 Hamas dichiara una tregua unilaterale, attuando la cessazione del lancio di razzi (i rudimentali razzi Qassam: responsabili di 23 morti in 7 anni), con l’accordo di veder allentato il blocco di Gaza. Israele però intensifica il blocco (anche degli aiuti umanitari), peggiorando ancora le condizioni già terribili dei palestinesi, e riprende da novembre le incursioni nella Striscia con “assassini mirati” che fanno 10 vittime, portando così Hamas a non rinnovare la tregua nel dicembre 2008.
Fino all’attuale invasione di Gaza, tra il 2000 e il 2008 risultano uccisi 5.389 palestinesi (tra cui 194 donne e 995 bambini), mentre 1.050 sono i morti israeliani. 32.720 sono i palestinesi feriti, di cui 3.530 con handicap permanenti. 135 malati sono morti per l’impossibilità di raggiungere gli ospedali. Sono stati registrati 70 parti ai check-point e 35 neonati sono morti a seguito di complicazioni igienico-sanitarie. L’esercito israeliano ha chiuso il 65% delle strade di Cisgiordania e Striscia di Gaza. I posti di blocco sono 630, di cui 93 con soldati e 537 con barriere di cemento e terra.
La costruzione del muro continua, così come quella degli insediamenti ebraici.

Per chi vuole approfondire:

Noam Chomsky, Il conflitto Israele-Palestina e altri scritti, Datanews
Thomas Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, Il Mulino
Alain Gresh, Israele – Palestina, la verità su un conflitto, Einaudi
Edward Said, La questione palestinese, Gamberetti
Joe Sacco, Palestina, Mondadori (fumetto-reportage dai territori
occupati)
http://www.infopal.it, http://www.osservatorioiraq.it

http://olo-truffa.myblog.it/archive/2011/05/07/temp-6e7db60dd0703846021bc6d8eb3fb68a.html

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“Il Governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessario per soddisfare il potere di vendita del Governo ed il potere d’acquisto dei Cittadini consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solo la suprema prerogativa del Governo, ma è anche la sua più grande opportunità creativa. Con l’adozione di questi princìpi, ai Contribuenti saranno risparmiate enormi quantità di interessi. Il denaro cesserà di essere il padrone e diventerà il servitore dell’Umanità.”

Abramo Lincoln

(Eh lo so, lo so, ultimamente mi sto occupando di cose apparentemente un pò “noiose”… ma tu porta pazienza e informati se ti va. A me basta)

ISRAELE, GIUDAISMO E SIONISMO

Conferenza del Rabbino Ahron Cohen alla Birmingham UniversityInghilterra26 Febbraio2003

“Amici, è un onore avere l’opportunità di parlarvi oggi.

Io e i miei colleghi di Neturei Karta partecipiamo ad occasioni come questa perché riteniamo di avere il dovere sia religioso che umanitario di pubblicizzare il nostro messaggio, il più possibile. Così spero e prego che con l’aiuto del Creatore le mie parole e le nostre discussioni, qui, oggi, possano essere corrette e precise, nel loro contenuto e nelle loro conclusioni. Come vi è stato già detto, io sono un ebreo ortodosso (e cioè un ebreo che cerca di vivere la propria vita in totale accordo con la religione ebraica). Sono impegnato nell’adempimento dei doveri ecclesiastici all’interno della comunità ebraica e in particolare sono impegnato nell’educazione dei nostri giovani e nell’aiutarli a conseguire una condotta sana e corretta. E’ perciò di particolare interesse per me poter parlare a voi, un corpo studentesco, oggi.

Mi è stato chiesto di parlarvi del giudaismo e del sionismo. Questo argomento è naturalmente tremendamente importante alla luce dell’attuale situazione in Palestina, dove abbiamo – diciamolo – una parte, i sionisti (che sono anch’essi degli ebrei) desiderosi di imporre uno Stato “settario” sulla testa di una popolazione indigena, i palestinesi. Uno scontro che ha provocato spargimenti di sangue e brutalità di cui non si riesce a vedere la fine, a meno che vi sia un cambiamento davvero radicale.

I miei titoli per parlare di questo argomento derivano dall’essere uno dei molti ebrei ortodossi che simpatizzano completamente con la causa palestinese: noi protestiamo in modo veemente contro i terribili errori perpetrati in Palestina contro il popolo palestinese dall’illegittimo regime sionista.

La punta avanzata di quelli tra noi che sono impegnati, attivamente e regolarmente, in questa controversia sono chiamati Neturei Karta, termine che può essere tradotto in modo approssimativo come Guardiani della Fede. Non siamo un partito o un’organizzazione a parte, ma rappresentiamo fondamentalmente la filosofia rappresentativa di una parte significativa dell’ebraismo ortodosso.

Permettetemi innanzitutto di dichiarare in termini categorici che il giudaismo e il sionismo sono incompatibili. Essi sono diametralmente opposti.

La questione deve sicuramente apparire a molti di voi che oggi sono qui come un paradosso. Dopo tutto, tutti sanno che i sionisti sono ebrei e che il sionismo è a vantaggio degli ebrei. I palestinesi sono i nemici dei sionisti. Come può essere allora che io, un ebreo, possa simpatizzare con la causa palestinese?

Vorrei cercare di rispondere a questa domanda e tornare all’argomento della mia conferenza – il giudaismo e il sionismo – su due livelli: la fede religiosa e l’umanitarismo. Tenete presente che essere umanitari è anche un obbligo religioso fondamentale.

Prima di tutto dal punto di vista della fede religiosa ebraica. Dobbiamo esaminare qualche aspetto della storia del popolo ebreo e della sua fede basilare nel controllo dell’Onnipotente sul nostro destino e su ciò che l’Onnipotente vuole da noi. Tutto questo è fissato nei nostri insegnamenti religiosi, nella nostra Torah, e ci è stato insegnato nel corso delle generazioni dai nostri grandi leader religiosi. Rispetto a tutto ciò, esaminiamo anche la storia del sionismo, come si è sviluppata e quali sono i suoi scopi.

La nostra religione è per noi un modo di vivere totale. Ci mostra come vivere una vita al servizio dell’Onnipotente. Influenza ogni aspetto della nostra vita, dalla culla alla tomba. Quello che ci viene insegnato è quello che ci è stato rivelato dalla Divina Rivelazione, come viene descritta nella Bibbia, circa tremila e cinquecento anni fa, e cioè quando venne alla luce il popolo ebreo. Tutti i nostri obblighi religiosi, pratici e filosofici, sono fissati nella Torah, che comprende la Bibbia (il vecchio testamento) e un vasto codice di Insegnamenti Orali che ci sono stati trasmessi nel corso delle generazioni.

Come detto, la nostra religione è un modo di vivere totale che copre ogni aspetto della nostra vita. Un aspetto della nostra religione, soggetto a certe condizioni, è che ci verrà data una terra, la Terra Santa, conosciuta ora come Palestina, nella quale vivere e attuare vari doveri del nostro servizio all’Onnipotente.

Ora, prima che io prosegua, desidero sottolineare qualcosa che è davvero fondamentale per capire la differenza tra il giudaismo e il sionismo, e cioè che il concetto di nazionalità dell’ebraismo ortodosso è molto diverso dal concetto di nazionalità ritenuto dalla maggior parte dei popoli. La maggior parte dei popoli pensano che la nazione sia un popolo specifico che vive in una terra specifica. La terra è essenziale per l’identità di una nazione. Una religione ci può essere come ci può non essere, ma la religione è irrilevante per l’identità nazionale. Il concetto di nazionalità del giudaismo ortodosso, tuttavia, è quello di un popolo specifico con una religione specifica. E’ la religione che stabilisce l’identità nazionale. Una terra ci può essere come ci può non essere, la terra è irrilevante per l’identità nazionale ebraica.

Questo è confermato dal fatto che la nazione ebraica è stata senza una terra per 2000 anni, ma fino a quando ha conservato la propria religione ha conservato la propria identità.

Ora ho detto in precedenza che ci è stata data una terra, ma a certe condizioni. Le condizioni erano, fondamentalmente, che dovessimo conservare i valori morali, etici e religiosi più alti. Il popolo ebreo ha posseduto la terra per i primi millecinquecento anni della sua esistenza. Ma purtroppo le condizioni non furono adempiute al livello richiesto [dall’Onnipotente] e gli ebrei vennero esiliati dalla loro terra. Negli ultimi duemila anni circa, il popolo ebreo è rimasto in uno stato di esilio decretato dall’Onnipotente, perché non aveva conservato i valori richiesti. Questo stato di esilio è la situazione che permane fino ad oggi. E’ una parte fondamentale della nostra fede accettare di buon animo l’esilio decretato dall’Onnipotente e non cercare di combattere contro di esso, o di farlo cessare con le nostre mani. Agire in tal modo costituirebbe una ribellione contro la volontà dell’Onnipotente.

In termini pratici, sebbene abbiamo conservato la nostra identità ebraica, in virtù del nostro attaccamento alla nostra religione, nondimeno l’esilio per noi significa innanzitutto che gli ebrei devono essere soggetti ai paesi in cui vivono in modo leale e non cercare di governare le popolazioni indigene di tali paesi.

In secondo luogo, significa che non possiamo tentare di costituire un nostro Stato in Palestina. Questo si applicherebbe anche se la terra non fosse occupata, e si applica certamente quando, come è questo il caso, c’è una popolazione indigena esistente. Questa proibizione costituisce una parte fondamentale del nostro insegnamento: ci è stato fatto giurare di non contravvenirvi e siamo stati ammoniti delle spaventose conseguenze in cui saremmo incorsi.

Ne consegue, perciò, che gli ebrei, oggi, non hanno il diritto di governare in Palestina.

Esaminiamo ora il movimento sionista. Venne fondato circa 100 anni fa, soprattutto da individui secolarizzati, che stavano abbandonando la loro religione ma conservavano ancora quello che consideravano il marchio [d’infamia] di essere ebrei in esilio. Ritenevano che il nostro stato di esilio fosse dovuto al nostro atteggiamento servile – la mentalità del Golus (esilio) – e non a un Ordine Divino. Volevano sbarazzarsi dei vincoli dell’esilio e cercare di costituire una nuova forma di identità ebraica. Non basata sulla religione ma basata sulla terra. Basata su una tipica aspirazione nazionalista, secolare, guidata dall’emozione, simile a quella della maggior parte delle altre nazioni. La loro politica aveva come perno centrale l’aspirazione di costituire uno Stato Ebraico in Palestina. Ma stavano forgiando un nuovo tipo di ebreo. In realtà non era assolutamente un ebreo – era un sionista.

Il movimento sionista costituiva l’abbandono completo dei nostri insegnamenti e della nostra fede religiosa – in generale – e in particolare un abbandono del nostro approccio al nostro stato di esilio e al nostro atteggiamento verso i popoli con cui viviamo.

Il risultato pratico del sionismo sotto forma dello Stato conosciuto come “Israele” è completamente estraneo al giudaismo e alla Fede Ebraica. Lo stesso nome “Israele”, che originariamente designava quelli che sono conosciuti come i Figli di Israele, e cioè il Popolo Ebraico, è stato usurpato dai sionisti. Per questa ragione, molti ebrei ortodossi evitano di riferirsi allo Stato sionista con il nome di “Israele”.

L’ideologia del sionismo non è quella di affidarsi alla divina provvidenza ma di prendere la legge nelle proprie mani e di forzarne il risultato sotto forma di uno Stato. Questo è del tutto contrario all’approccio alla questione dell’esilio che la nostra Torah ci richiede di adottare, per come ci è stato trasmesso dai nostri grandi leader religiosi.

Ho parlato finora dal punto di vista della fede religiosa. Ma esaminiamo il punto di vista umanitario(che è esso stesso un obbligo religioso, come ho detto in precedenza). L’ideologia dei sionisti era, ed è, quella di forzare l’aspirazione ad uno Stato senza curarsi dei costi, in termini di vite umane e di proprietà, di coloro che si trovano sulla loro strada. I palestinesi stavano sulla loro strada. Ci troviamo di fronte al fatto che, per conseguire un’ambizione nazionalista malconcepita, è stata commessa dai sionisti una scioccante trasgressione della giustizia naturale, costituendo in Palestina un regime illegittimo del tutto contro la volontà della popolazione lì residente, i palestinesi, trasgressione che inevitabilmente ha dovuto fondarsi sulla perdita di vite umane, sulle uccisioni e sui furti.

La maggior parte degli ebrei ortodossi accettano il punto di vista dei Neturei Karta fino al punto di non essere d’accordo, in via di principio, sull’esistenza dello Stato sionista, e non “verserebbero una lacrima” se tale Stato dovesse finire. Vi è tuttavia una gamma di opinioni su come affrontare il fatto che al momento lo Stato sionista esiste. Queste opinioni variano dalla cooperazione effettiva, all’accettazione pragmatica, all’opposizione totale sempre e comunque. Quest’ultima costituisce l’approccio dei Neturei Karta. Ma c’era e c’è un ulteriore fenomeno sionista che complica il quadro. Esso è costituito dai sionisti religiosi. Si tratta di persone che affermano di essere fedeli alla religione ebraica, ma sono state influenzate dalla filosofia, nazionalista e secolarizzata, sionista, e che hanno aggiunto una nuova dimensione al giudaismo – il sionismo, con lo scopo di costituire e di espandere uno Stato ebraico in Palestina. Essi cercano di realizzare questo scopo con grande fervore (io lo chiamo giudaismo con qualcosa d’altro). Essi affermano che questo fa parte della religione ebraica. Ma il fatto è che questo è assolutamente contrario agli insegnamenti dei nostri grandi leader religiosi.

Inoltre, da un punto di vista umanitario, anche la loro ideologia era, ed è, quella di forzare la loro aspirazione senza curarsi dei costi, in termini di vite umane e di proprietà, di chiunque si trovi sulla loro strada. I palestinesi sono quelli che si trovano sulla loro strada. La cosa più scioccante è che tutto questo viene fatto in nome della religione. Mentre in realtà c’è un obbligo totalmente contrario, da parte della nostra religione, ed è quello di trattare tutte le persone con compassione.

Per riassumere. Secondo la Torah e la Fede ebraica, l’attuale rivendicazione dei palestinesi – e degli arabi – a governare in Palestina è giusta ed equa. La rivendicazione sionista è sbagliata e criminale. Il nostro atteggiamento verso Israele è che l’intero concetto è sbagliato e illegittimo.

C’è un altro problema, ed è quello che i sionisti hanno fatto in modo di apparire come i rappresentanti e i portavoce di tutti gli ebrei e così, con le loro azioni, suscitano l’ostilità contro gli ebrei. Quelli che nutrono questa ostilità sono accusati di antisemitismo. Ma quello che deve essere messo decisamente in chiaro è che il sionismo non è il giudaismo. I sionisti non possono parlare a nome degli ebrei. I sionisti possono essere nati come ebrei, ma essere ebreo richiede anche l’adesione alla fede e alla religione ebraiche. Così ciò che diventa decisamente chiaro è che l’opposizione al sionismo e ai suoi crimini non implica l’odio per gli ebrei o l’”antisemitismo”. Al contrario, il sionismo stesso e le sue azioni costituiscono la più grande minaccia per gli ebrei e per il giudaismo.

La lotta tra arabi ed ebrei in Palestina è iniziata solo quando i primi pionieri sionisti vennero in Palestina con lo scopo esplicito di formare uno Stato sulla testa della popolazione araba indigena. Questa lotta è continuata fino ad oggi, ed è costata e continua a costare migliaia e migliaia di vite. L’oppressione, le violenze e gli omicidi in Palestina sono una tragedia non solo per i palestinesi ma anche per il popolo ebreo. E fa parte delle spaventose conseguenze che ci erano state preannunciate se avessimo trasgredito il nostro obbligo religioso di non ribellarci contro il nostro esilio.

Desidero aggiungere che il rapporto tra musulmani ed ebrei risale alla storia antica. La maggior parte delle relazioni furono amichevoli e reciprocamente vantaggiose. Storicamente, accadde di frequente che quando gli ebrei venivano perseguitati in Europa trovavano rifugio nei vari paesi musulmani. Il nostro attaggiamento verso i musulmani e gli arabi può essere solo di amicizia e di rispetto.

Vorrei finire con le seguenti parole. Noi vogliamo dire al mondo, specialmente ai nostri vicini musulmani, che non c’è odio o ostilità tra l’ebreo e il musulmano. Vogliamo vivere assieme come amici e vicini, come abbiamo fatto per la maggior parte del tempo nel corso delle centinaia e persino delle migliaia di anni in tutti i paesi arabi. E’ stato solo l’avvento dei sionisti e del sionismo che ha rovesciato questa lunga relazione.

Consideriamo i palestinesi come il popolo che ha diritto di governare in Palestina.

Lo Stato sionista conociuto come “Israele” è un regime che non ha diritto di esistere. La sua esistenza continuativa è la causa di fondo del conflitto in Palestina.

Preghiamo per una soluzione al terribile e tragico punto morto attuale. Auspichiamo che tale soluzione avvenga sulla base delle pressioni morali, politiche ed economiche imposte dalle nazioni del mondo.

Preghiamo per la fine degli spargimenti di sangue e per la fine delle sofferenze di tutti gli innocenti – sia ebrei che non ebrei – del mondo.

Siamo in attesa dell’abrogazione del sionismo e dello smantellamento del regime sionista, che farà cessare le sofferenze del popolo palestinese. Accetteremmo di buon grado l’oppportunità di vivere in pace in Terrasanta sotto un governo che sia interamente conforme ai desideri e alle aspirazioni del popolo palestinese.

Che noi si possa meritare presto il tempo in cui tutto il genere umano vivrà reciprocamente in pace.”

Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:http://www.nkusa.org/activities/speeches/bham022603.cfm

Ora non so voi, ma a me il fatto che degli ebrei ortodossi siano contro il sionismo… sconcerta, ma contribuisce a rafforzare in me l’idea che IL PIU’ GRANDE STATO ANTISEMITA AL MONDO E’ ISRAELE.